domenica 11 ottobre 2020

Omelia del Cardinale José Tolentino de Mendonça, archivista e bibliotecario di S.R.C., pronunciata a Ravenna per la "Messa di Dante" nel 699° annuale della morte del sommo Poeta


Ravenna, Basilica di San Francesco
Domenica 13 settembre 2020, XXIV del tempo ordinario – anno A
[Sir 27,30-28,9; Sal 102; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35]

Nel Vangelo di oggi, in questo impressionante affresco sul «regno dei cieli» che Gesù creativamente dichiara «simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi», è possibile distinguere due fili esistenziali che, intrecciati, tessono la trama della nostra umanità e che ci permettono di regolare i conti con la nostra vita in profondità. Vale a dire il filo della memoria e quello della dimenticanza. È vero che sia uno sia l’altro ci richiedono un lavoro sincero, alle volte arduo, ma fondamentale. Noi siamo ciò che ricordiamo e ciò che dimentichiamo, chi ricordiamo e chi dimentichiamo, il bene e il male che ci sforziamo di mantenere vivo o di cancellare. Nella memoria e nella dimenticanza si gioca così l’impatto del Regno in noi, si attiva o blocca la circolazione della Grazia, si concretizza o no l’esperienza del perdono e della pace. Per esempio, la lingua custodisce il fatto che memoria e dimenticanza non si limitino a operazioni esclusivamente mentali, come segnalato dai verbi “rammentare” e “dimenticare”, ma coinvolgono l’uomo intero, il suo cuore. Si dice infatti anche: “ricordare”, “scordare”, cioè “avere a cuore”, “cancellare dal cuore”. Il verbo “rimembrare”, inoltre, assegna alla memoria la capacità di “tenere assieme le membra” di una persona e di una comunità, quasi che la dimenticanza comportasse lo smembramento, la divisione e la dispersione delle parti di un corpo vivo.

Generalmente, nella lunga vicenda umana, la memoria ha goduto una reputazione migliore rispetto alla dimenticanza che toglie e consuma quanto il ricordo tenta di custodire con cura. Eppure nessuna delle due è chiara e distinta. Entrambe hanno ombre e spigoli. Certo, senza memoria risultano impossibili la fedeltà e la gratitudine. Tuttavia essa è anche la materia prima del rancore, del risentimento, della vendetta, di tutto quanto impedisce l’avvio di un processo di riconciliazione. Non solo: l’ossessione di “farsi ricordare” – caratteristica dei dannati dell’inferno dantesco, assillati dall’urgenza di non essere dimenticati dai vivi – sembra la mossa maldestra per ottenere una “risurrezione fai da te”, un vano tentativo di vincere la morte. D’altro canto, se è vero che la dimenticanza è la radice dell’infedeltà, dell’ingratitudine e della superficialità, essa è pure lo spunto iniziale del perdono, come mostra la parabola che oggi Gesù ci racconta. Se l’oblio non stende delicatamente il suo velo sulle offese ricevute, difficilmente si comincerà a perdonare. Inoltre “la dimenticanza di sé”, quella qualità spirituale che un discepolo di Cristo prende come suo compito personale per potere inseguire il Divino Maestro, conferisce al nostro cuore la libertà, l’amplitudine d’amore, il distacco dei propri interessi per mettere in primo luogo la volontà di Dio e non la nostra.

Insomma: memoria e dimenticanza concorrono entrambe al bene degli uomini e delle donne. Separandole, diventano dannose e fanno ammalare l’anima. Perciò, con genuino colpo di genio, Dante colloca al compimento del proprio cammino di conversione, sulla vetta del Purgatorio, sia il fiume Lete che porta le acque della dimenticanza, sia l’Eunoè, il torrente della memoria. Per il Poeta si tratta di due rivi che nascono dalla medesima sorgente e da essa se ne dipartono come «amici» (Purgatorio, XXXIII,114). Nel Lete il Fiorentino s’immerge completamente (Purgatorio, XXXI, 94-96) e dall’altro torrente beve (Purgatorio, XXXIII, 138) o, forse, anche in esso si bagna. Sembra un doppio battesimo dentro le acque dell’oblio e della memoria, senza il quale è impossibile passare al Paradiso. Grazie al Lete è dimenticato tutto il male commesso e il male subìto. L’Eunoè permette di ricordare tutto il bene compiuto e il bene ricevuto. Alla fine rimane solo il bene.

Con questi spunti ritorniamo alla pagina del Vangelo. Di fatto, la cifra spropositata che il servo deve al re non è restituibile. Si tratta di un debito dalle proporzioni quasi inimmaginabili. La condanna è ormai certa: il servo sarà venduto e in tal modo la corona verrà risarcita. Ma le suppliche del poveretto muovono a pietà il sovrano che subito condona e dimentica il debito. L’amnesia del signore diviene amnistia a favore del servo. Il racconto prosegue sottolineando che la scena successiva ha luogo immediatamente dopo l’incontro tra il servo e il re: «appena uscito», il servo incontra un collega, «un altro servo come lui». È pressoché ripetuta la prima scena, ma il servo che allora era nella posizione di debitore adesso si arrocca nel ruolo di creditore. La somma dovutagli dal socio non è poca cosa, ma irrisoria rispetto a quanto spettava al re. Egli ricorda perfettamente quanto gli è dovuto e, vista l’impossibilità di restituire da parte del debitore, lo fa gettare in carcere. È un paradosso: lo fa rinchiudere proprio nel luogo dove al collega sarà impossibile trovare il denaro per saldare il debito. Il primo servo costringe il secondo a restare debitore e, così facendo, la memoria del credito permane incancellabile.

Ciò che muove la parabola di Gesù è l’articolazione tra memoria e oblio, il loro intreccio. Il re dimentica il debito del primo servo e così lo perdona. Il servo dimentica immediatamente che la propria insolvenza è stata scordata, ma non intende obliare il debito del collega (forse perché altrimenti perderebbe la propria posizione di creditore?). Qualora egli avesse ricordato la dimenticanza del re, avrebbe dimenticato il debito dell’altro. La dimenticanza, segno della bontà del re, si camuffa in ingratitudine e cattiveria nel servo. Se questi avesse ricordato la bontà ricevuta, la sua memoria non sarebbe divenuta ossessiva e chiusa. Tenute insieme, memoria e dimenticanza sono le condizioni di legami giusti ed effettivamente evangelici; divise divengono mortificanti e inutili, come passioni tristi.

La pagina evangelica ci offre per questo l’opportunità di domandarci: Qual è il portamento della mia memoria? Come ricordo? E cosa ricordo? Qual è l’andatura della mia dimenticanza? Mi è facile o difficile cancellare la memoria di debiti e offese? Percorro un cammino spirituale di trasformazione?

Scrivendo la Commedia, Dante vuole fissare nella memoria propria e altrui quanto ha visto. Eppure, all’inizio del Paradiso, avverte il lettore: avvicinandosi al traguardo di ogni desiderio, l’intelletto sprofonda a tal punto «che dietro la memoria non può ire» (Paradiso, I, 7-9), la memoria non regge il passo e deve mollare la presa. La penna dell’Alighieri favorisce l’amicizia di memoria e oblio; anche per questa ragione il suo gesto è pienamente poetico e squisitamente evangelico.

Anche per questo, Dante è poeta e profeta, capace di parlare al nostro presente storico. È un necessario maestro della parola umana e della parola di Dio, di cristianesimo e di umanità. Che questo centenario che stiamo incominciando ci permetta di ascoltarlo, portandolo all’attualità delle nostre vite.

sabato 10 ottobre 2020

Discorso del Santo Padre Francesco alla delegazione dell'Arcidiocesi di Ravenna-Cervia in occasione dell'anno dantesco, 10 ottobre 2020



Cari fratelli e sorelle!

Vi do il benvenuto e vi ringrazio di essere venuti a condividere con me la gioia e l’impegno di aprire le celebrazioni del 7° centenario della morte di Dante Alighieri. Ringrazio in particolare l’Arcivescovo Mons. Ghizzoni per le parole introduttive.

Ravenna, per Dante, è la città dell’“ultimo rifugio” (cfr C. Ricci, L'ultimo rifugio di Dante Alighieri, Hoepli, Milano 1891) – il primo era stato Verona –; infatti, nella vostra città il poeta trascorse i suoi ultimi anni e portò a compimento la sua opera: secondo la tradizione furono composti là i canti finali del Paradiso.

Dunque, a Ravenna egli concluse il suo cammino terreno; e concluse quell’esilio che tanto segnò la sua esistenza e anche ispirò il suo scrivere. Il poeta Mario Luzi ha messo in evidenza il valore dello sconvolgimento e del superiore ritrovamento che l’esperienza dell’esilio ha riservato a Dante. Questo ci fa pensare subito alla Bibbia, all’esilio del popolo d’Israele in Babilonia, che costituisce, per così dire, una delle “matrici” della rivelazione biblica. In maniera analoga per Dante l’esilio è stato talmente significativo, da diventare una chiave di interpretazione non solo della sua vita, ma del “viaggio” di ogni uomo e donna nella storia e oltre la storia.

La morte di Dante a Ravenna avvenne – come scrive il Boccaccio – «nel dì che la esaltazione della Santa Croce si celebra dalla Chiesa» (Trattatello in laude di Dante, Garzanti 1995, p. XIV). Il pensiero va a quella croce d’oro che certamente il Poeta vide nella piccola cupola color blu notte, disseminata di novecento stelle, del Mausoleo di Galla Placidia; o a quella, gemmata e “lampeggiante” Cristo – per usare l’immagine del Paradiso – (cfr XIV, 104), del catino absidale di Sant’Apollinare in Classe.

Nel 1965, in occasione del VII centenario della nascita, San Paolo VI fece dono a Ravenna di una croce d’oro per la sua tomba, rimasta fino ad allora – come egli disse – «priva d’un tale segno di religione e di speranza» (Discorso al Sacro Collegio e alla Prelatura Romana, 23 dicembre 1965). Quella stessa croce, in occasione di questo centenario, tornerà a splendere nel luogo che conserva le spoglie mortali del Poeta. Che possa essere un invito alla speranza, quella speranza di cui Dante è profeta (cfr Messaggio nel 750° anniversario della nascita di Dante Alighieri, 4 maggio 2015).

L’auspicio è dunque che le celebrazioni per il VII centenario della morte del sommo Poeta, stimolino a rivisitare la sua Commedia così che, resi consapevoli della nostra condizione di esuli, ci lasciamo provocare a quel cammino di conversione «dal disordine alla saggezza, dal peccato alla santità, dalla miseria alla felicità, dalla contemplazione terrificante dell’inferno a quella beatificante del paradiso» (S. Paolo VI, Lett. ap. m.p. Altissimi cantus, 7 dicembre 1965). Dante, infatti, ci invita ancora una volta a ritrovare il senso perduto o offuscato del nostro percorso umano.

Potrebbe sembrare, a volte, che questi sette secoli abbiano scavato una distanza incolmabile tra noi, uomini e donne dell’epoca postmoderna e secolarizzata, e lui, straordinario esponente di una stagione aurea della civiltà europea. Eppure qualcosa ci dice che non è così. Gli adolescenti, ad esempio – anche quelli di oggi –, se hanno la possibilità di accostarsi alla poesia di Dante in una maniera per loro accessibile, riscontrano, da una parte, inevitabilmente, tutta la lontananza dell’autore e del suo mondo; e tuttavia, dall’altra, avvertono una sorprendente risonanza. Questo avviene specialmente là dove l’allegoria lascia lo spazio al simbolo, dove l’umano traspare più evidente e nudo, dove la passione civile vibra più intensa, dove il fascino del vero, del bello e del bene, ultimamente il fascino di Dio fa sentire la sua potente attrazione.

Allora, approfittando di questa risonanza che supera i secoli, anche noi – come ci invitava a fare San Paolo VI – potremo arricchirci dell’esperienza di Dante per attraversare le tante selve oscure della nostra terra e compiere felicemente il nostro pellegrinaggio nella storia, per giungere alla meta sognata e desiderata da ogni uomo: “l’amor che move il sole e l’altre stelle” (Par. XXXIII, 145) (cfr Messaggio nel 750° anniversario della nascita di Dante Alighieri, 4 maggio 2015).

Grazie ancora per questa visita, e auguri di ogni bene per le celebrazioni centenarie. Con l’aiuto di Dio, l’anno prossimo mi propongo di offrire a tale riguardo una riflessione più ampia. Benedico di cuore ciascuno di voi, i vostri collaboratori e l’intera comunità ravennate. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

Fonte:
pagina di w2.vatican.va

lunedì 4 novembre 2019

Medaglia di Antonio Fabris del 1831 commemorativa del cenotafio di Dante in Santa Croce di Firenze



[D] DANTES ALIGHERIVS nel giro a sx e dx; busto laureato di Dante a sx; in basso lungo il bordo A. FABRIS VTIN.SCVLP. 
[R] Cenotafio di Dante nella basilica di Santa Croce di Firenze; sulla tomba ONORATE L'ALTISSIMO POETA; sulla base: DANTE ALIGHERIO TUSCI HONORARIUM TUMULUM A MAJORIBUS TER FRUSTA DECRETUMA ANNO MDCCCXXIX; in esergo FLORENTIAE / A.MDCCCXXXI.

Medaglia in argento (ø 55,2 mm, gr. 85) opera di Antonio Fabris (Udine, 1790-Venezia, 1865), fu coniata nel 1831 dalla zecca di Milano per commemorare il cenotafio di Dante del 1829 eretto nella basilica fiorentina di Santa Croce.

Riferimenti: pagina di numismatica-italiana.lamoneta.it; pagina di www.anca-aste.it (da cui è presa l'immagine qui pubblicata)

domenica 3 novembre 2019

Il busto di Dante opera di Giacchino Doppieri al Pincio di Roma


Il busto di Dante collocato nel Viale del Bambini della Passeggiata del Pincio di Roma, poco lontano dall'orologio ad acqua, è opera di Gioacchino Doppieri realizzata tra il 1849 e il 1850. Fa parte di una serie di oltre duecento busti relativi a illustri italiani di tutti i tempi, commissionati dalla Repubblica Romana sia per sostenere gli artisti romani dopo gli eventi rivoluzionari del 1848, sia sopratutto con l'intento didattico di formare una coscienza nazionale attraverso la memoria e l'esempio di tanti personaggi. Alle gran parte delle opere collocate per volontà di Pio IX, che nel 1851 istituì un'apposita commissione, ne furono aggiungete altre anche nel secolo successivo.

Riferimenti: pagina di romainstaurata.wordpress.com (da cui è tratta l'immagine qui pubblicata); pagina di it.wikipedia.org; pagina di roma.andreapollett.com

giovedì 24 ottobre 2019

Dante e il suo Poema di Domenico da Michelino del 1465 nel Duomo di Firenze


Con il titolo Dante e il suo Poema, Dante che mostra la Divina Commedia, La Divina Commedia che illumina Firenze o altri ancora, è indicata l'opera più importante o comunque più nota del pittorore fiorentino Domenico di Francesco (1417-1491), meglio conosciuto con lo pseudonimo "di Michelino" per l'attività giovanile che svolse presso un lavoratore di avorio chimato Michelino di Benedetto. 
L'affresco su tavola fu realizzato nel 1465 su cartone di Alesso Baldovinetti (1425-1499) e collocata nella Cattedrale fiorentina di Santa Maria del Fiore.

Il sommo Poeta, avvolto nel suo tipico abito trecentesco di colore rosso tiene aperto nella mano sinistra il suo poema mentre con la destra sembra voler indicare il contenuto della sua opera: la selva oscura raffigurata da sterpaglie e cespugli di colore scuro, subito dietro il poeta, e quindi l'Inferno con la sua grande e possente porta dell'inferno sulla quale è inciso l'incipit del III canto: «Per me si va ne la città dolente, /  per me si va ne l'etterno dolore, / per me si va tra la perduta gente. / Giustizia mosse il mio alto fattore: / fecemi la divina potestate, / la somma sapienza e 'l primo amore; / dinanzi a me non fuor cose create / se non etterne, e io etterno duro. / Lasciate ogne speranza, voi ch' intrate». Oltre la porta si trova una lunga processione di anime dannate e di diavoli dalle orribili fattezze. Le rocce frastagliate indicano che la scena si svolge sotto terra. Seguendo il movimento delle anime dannate, dall'alto verso il basso, l'ultimo demone che troviamo raffigurato potrebbe essere Lucifero, l'angelo caduto dal cielo, non nella sua raffigurazione dantesca, a testa in giù, ma come il diavolo di colore rosso avvolto tra le fiamme, nell'iconografia che assume nel tardo medioevo.
Tra l'Inferno e il Poeta è raffigurato il monte del Purgatorio che si erge al di là di un corso l’acqua leggermente accennato; si tratta del mare dell’emisfero australe attraversato da Dante per mezzo della navicella leggera traghettata dell’angelo nocchiero per arrivare sulla spiaggia dove lo aspetterà il rito di purificazione prima di proseguire la salita. Qui la narrazione figurale si apre con l’imponente porta del purgatorio, molto fedele a quella descritta nel testo dantesco dove tre scalini di tre colori diversi conducono alla soglia: il primo di marmo candido nel quale è possibile specchiarsi, simbolo della consapevolezza delle colpe commesse; il secondo di colore scuro di pietra ruvida, spaccata nella lunghezza e larghezza, simbolo della confessione orale; il terzo di porfido rosso vivo, colore del sangue a simboleggiare la soddisfazione ottenuta con le opere attuate con l'ardore della carità. Sulla soglia di diamante troviamo l’Angelo guardiano in una veste color cenere armato di spada con la quale inciderà sulla fronte del poeta le sette P, dei sette peccati capitali. La porta nel suo colore dorato potrebbe essere ispirata alla Porta del Paradiso del Battistero di Firenze, opera di Lorenzo Ghiberti. Oltre la porta comincia la suddivisione delle cornici dantesche, dal peccato più grave a quello meno grave, seguendo un andamento ascensionale fino al paradiso terrestre raffigurato dalle figure di Adamo ed Eva che mostrano il frutto dell’albero della conoscenza. La prima cornice è quella dei Superbi spinti a terra da un peso sulla schiena, seguiti dagli invidiosi che indossano un cilicio e hanno le palpebre cucite, gli iracondi camminano nel fumo, gli accidiosi corrono gridando esempi di accidia punita, gli avari e prodighi sono distesi a terra e legati, i golosi soffrono la fame e la sete e lussuriosi camminano nel fuoco.
Nella parte superiore della tavola è raffigurato il Paradiso come una serie di sette dei nove cieli, quelli che prendono il nome dai pianeti del sistema solare, ovvero Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno e in cui sono messi bene in evidenza gli astri, circondati in una luce dorata ed il Sole è il più luminoso. L’Empireo non è raffigurato.
Sulla destra è messa in mostra in tutta la sua grandiosità la città di Firenze, illuminata da una luce dorata proveniente da sinistra; della città sono riprodotti i più imponenti monumenti all'interno delle  mura della città con in primo piano una grande porta, forse l’odierna Porta di S.Niccolò: il Duomo con la maestosa Cupola del Brunelleschi e l'attiguo Campanile di Giotto. Oltre Santa Maria in Fiore si riconoscono il Palazzo del Bargello affiancata alla guglia del campanile della Badia Fiorentina, la Torre di Arnolfo di Palazzo Vecchio con accanto quello che potrebbe essere il campanile di Santa Croce.

Ai piedi della tavola è l'iscrizione: «Qui Coelum cecinit mediumque, imumque tribunal, / Lustravitque animo cuncta poeta suo, / Doctus adest dantes sua quem florentia saepe / Sensit consuliis, ac pietate patrem. / Nil potuit tanto mors saeva nocere poetae / Quem vivum virtus carmen imago facit» (Quel che l'Inferno, il Purgatorio e il Cielo cantò e discorse con sublime ingegno, il Dotto Alighieri, è qui, da cui Fiorenza ebbe spesso consiglio e amor di padre: morte non nocque a tanto Vate: ei vive in sua virtù, nel canto e in questa immago, traduzione tratta dall'opera di Melchiorre Missirini Delle memorie di Dante Alighieri e del suo mausoleo in S.a Croce stampata a Firenze nel 1832 per i torchi di Leonardo Ciardetti, 1832).

Riferimenti: post di arteincostruzione.blogspot.com; scheda di catalogo.fondazionezeri.unibo.it

lunedì 21 ottobre 2019

Medaglia fusa di scuola fiorentina del XVI secolo dedicata a Dante e al suo Poema



[D] DANTHES FLORENTINVS nel giro; busto laureato del Poeta a sinistra.
[R] A destra il Poeta in posizione eretta mentre regge con la mano sinistra un libro aperto (la Commedia) e la destra alzata indicante a sinistra una montagna sulla cui cima un albero attorcigliato da un serpente e accostato da due figure umane; a metà altezza della montagna una porta; più a sinistra una seconda montagna con cavità entro cui stanno delle figure; in alto serie di linee ad arco.

Medaglia di bronzo fuso (ø variabile dai 50 ai 56 mm ca) di scuola fiorentina del XVI secolo dedicata a Dante Alighieri. L'immagine del rovescio rappresenta i tre segni dell'oltretomba dantesco ed è ispirata al dipinto di Domenico di Michelino nel Duomo di Firenze.

Riferimenti: Dante Alighieri nelle medaglie della collezione Duilio Donati, a cura di Duilio Donati, Ravenna, Longo, 2002, pp. 34-45, n. 1-16 [1-16]

venerdì 18 ottobre 2019

Statua di Dante di Jean-Paul Aubé del 1882 collocata in Square Michel-Faucault di Parigi


A Parigi, in Square Michel-Faucault, uno spazio verde del V arrondissement, sul lato destro dell'ingresso principale al Collège de France su rue des Écoles, è collocata la statua in bronzo di Dante Alighieri realizzata nel 1882 da Jean-Paul Aubé (Longwy, 1837-Capbreton, 1916).
Il luogo non è lontano a rue Dante e da quella rue du Fouarre, il «Vico de li Strami» di Paradiso X, 137 dove si tenevano le lezioni della Sorbona, la cui citazione ha fatto pensare a qualche commentatore, in modo puramente congetturale, che Dante possa essersi recato a Parigi tra il 1309 e il 1310.
La statua rappresenta il momento narrato in Inferno XXIII 77-78 («passeggiando tra le teste, / forte percossi ’l piè nel viso ad una») in cui il Poeta colpisce con il piede la testa di Bocca degli Abati incontrato mentre attraversa l'Antenora, nella seconda zona del nono cerchio dove sono puniti i traditori della patria. 
Alta 2 metri, la statua fu commissionata dal Comune di Parigi nel 1879 e fusa da H. Moltz per il Salon del 1880. I fratelli Thiébaut, Fumière e Gavignot realizzarono delle riduzioni in bronzo di 84, 62 o 45 cm. Il modello in gesso del 1879 (195x60x60 cm) è conservato presso il Petit Palais parigino.




Nell'Hotel de la Paiva, situato sull'Avenue des Champs Elysées della stessa capitale francese, c'è una statua in marmo basata sullo stesso modello. Orna una delle tre nicchie, sulla scala principale accompagnata da quella di Petrarca di Leon Cugnot e dalla Vergine di Ernest Barrias.



Riferimenti: pagina di www.musee-orsay.fr; pagina di www.petitpalais.paris.fr